Terzi spazi e cross-disciplinarietà/co-disciplinarietà: che contributi reciproci e come dialogare?

Coordina Pier Giuseppe Rossi

Introduzione

L’esigenza di abitare sempre più frequentemente i territori di frontiera tra le varie discipline, boudary object come li chiamarebbe Wenger, è sempre più sentita in molti ambiti di ricerca. Si ha la consapevolezza che da quegli spazi possono emergere le risposte a molti dei problemi di ricerca e di formazione attuali.
Rimane aperta però la domanda su come lavorare e su come interagire quando si incontrano ricercatori di differenti discipline.
Si apre una contraddizione: non vi è possibile avere un linguaggio in comune in quanto ogni disciplina ha una sua epistemologia, nè è possibile arrivare a una epistemologie comune e rinunciare alla logica della singola disciplina se si vuole che le ricerche abbiano consistenza scientifica.
Già alcuni ricercatori degli anni ’90 del secolo scorso mettevano in guardia contro la facile scorciatoia del ricercatore poliglotta, ovvero il ricercatore che sussumeva su di sé molti saperi disciplinari. Contemporaneamente se non si ha un’epistemologia comune su che base si fonda il dialogo, su che base si imposta il confronto? Epistemologia significa anche linguaggio comune e metodologia condivisa.
La tematica è attuale in molti settori, non ultimo quello della formazione dove da ormai alcuni decenni si è vista l’esigenza di introdurre il concetto di scienze dell’educazione. Si pensi al lavoro pionieristico di Mialaret. Come Plaisance et Vergnaud (2001) evidenziano, il concetto di scienze dell’educazione è evoluto nel tempo: (1) dalla multi-disciplinarietà interna, sostenuta da Mialaret, e (2) dalla inter-referenzialità proposta da Ardoino, processi che si sviluppano soprattutto su un piano epistemologico, (3) al progetto d’azione, che colloca il dialogo sul piano della pratica. “L’uso del plurale diviene allora importante, non solo per affermare la diversità delle scienze dell’educazione, ma soprattutto la specificità di ciascuna di esse” (Vergnaud e Plaisance, 2001, p. 26).

Il dibattito che si vuole aprire mira a riflettere su come dialogare tra discipline differenti e, soprattutto, su come elaborare in modo collaborativo nuova conoscenza. Vi è la necessità di trovare modelli dialogici che possano facilitare la costruzione di una conoscenza situata e nello stesso tempo non richiedano di rinunciare alla coerenza epistemologica delle discipline. Riteniamo che il dibattito su una tale tematica sia solo iniziato. Se ne percepisce l’urgenza, ma ancora non si vede la luce alla fine del tunnel.
Crediamo comunque che ci siano dei punti fermi. Tra essi ne indichiamo due:
1. il dibattito deve muoversi a partire da una prospettiva interna alla teoria della complessità, superando alcuni limiti presenti nelle prime ricerche. Ad esempio il termine ricercatore poliglotta viene dalla scuola di Morin.
2. la necessità di recuperare il concetto di ambiguità di Merleau-Ponty e il nè uno, né due di Varela: far dialogare i diversi senza arrivare a una sintesi e a un superamento della diversità, come il dibattito femminista ha mostrato e come è emerso in molti ambiti di ricerca, non ultimo quello sulle ricerche del terzo spazio.
Vi sono alcune ipotesi che vorremmo stressare nella tavola rotonda: il concetto di terzo spazio può essere utile per aprire nuove prospettive di sviluppo della ricerca nel settore? Fino a ora la ricerca ha provato a percorrere delle strade e molte di esse girano intorno al concetto di disciplina: multi-disciplinarietà, pluri-disciplinarietà, inter-disciplinarietà, trans-disciplinarietà. Forse l’unico approccio che si è in parte allontanato dal concetto di disciplina è la co-disciplinarietà (Blanchard-Laville, 2000) dove il problema è visto in funzione di due elementi che trascendono gli aspetti disciplinari: avere un progetto comune, temporalmente e spazialmente situato, vedere intrecciati aspetti disciplinari, intra e inter-personali (l’analisi di Blanchard-Laville proviene da ricerche psicoanalitche sull’analisi delle dinamiche di gruppo).
Ma di questo parleremo nella tavola rotonda.

La tavola rotonda si pone come momento di confronto tra differenti prospettive disciplinari che hanno in comune un solo elemento: condividere l’esigenza di ricercare modelli operativi per situazioni in cui operano ricercatori di differenti discipline. Le domande su cui vorremmo discutere sono:
– quali logiche utilizzare per elaborare conoscenza tra più ricercatori?
– quali processi relazionali inter-personali mettere in atto?
– quali modalità operative attuare?

La richiesta ai partecipanti alla tavola rotonda è sia quella di ricercare ipotesi teoriche, sia di individuare spazi di azione e dispositivi che permettano di sperimentare nuove ipotesi di lavoro. Gli interventi pertanto potranno presentare ipotesi teoriche o esperienze da cui poter dedurre proposte per elaborazioni successive.

Partecipanti

Alberto Aloisio
Professore ordinario di Fisica sperimentale (FIS/01). Università degli studi di Napoli Federico II

Franco Amicucci – Presidente SKILLA

Paolo Ciancarini – Presidente del GRIN GRuppo di INformatica
Professore ordinario di Informatica (INF-01) – Università degli studi di Bologna

Francesca Fatta – Presidente di UID Unione Italiana Design
Professore Ordinario di Disegno SSD ICAR/17. Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria

Guido Gili – Presidente SISCC Società Scientifica di Sociologia, Cultura e Comunicazione
Professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi (SPS/08) – Università degli studi del Molise.

Marisa Michelini – Presidente GIREP
Professore ordinario di Didattica della fisica – Università di Udine

Antonella Montone
Professore associato di Matematiche Complementari (MAT/04) – Università degli studi di Bari

Roberto Perna
Professore associato di Archeologia classica (L-ANT/07) – Università degli studi di Macerata

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